SHIRU

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Shiru raccolse le ultime forze che le rimanevano e riprese a camminare.
Non conosceva bene quella zona di Kibera, ma sapeva che, da qualche parte, c’era un grande mucchio di spazzatura. Li avrebbe potuto rifugiarsi per passare la notte tranquilla.

Ormai era buio da qualche ora; faceva freddo e scendeva una pioggerellina leggera ma insistente. Il vento si infilava gelido sin dentro le ossa. La stradina, ripida e fangosa, si intrufolava tra due file di baracche di legno e lamiera; era così stretta e sconnessa che a volte, anche lei, per quanto piccola e minuta, faceva fatica a passare.

Le porte delle baracche erano chiuse e la gente dormiva da un pezzo. Shiru sapeva che se avesse cercato di rifugiarsi sotto una tettoia, in un angolino riparato, gli abitanti avrebbero subito sospettato che volesse derubarli. E avrebbero scatenato una caccia all’uomo contro di lei. “Neppure i topi vengono trattati così” pensò Shiru. Sentiva che lei valeva meno di un animale.
Era solo una bambina di strada che non valeva niente, che non era nessuno.
Una bambina che molto tempo prima era scappata da una mamma, capace solo di mendicare e ubriacarsi. Quella sera si era beccata una bastonata alla gamba sinistra e ogni passo era una pena. Di tanto in tanto, senza fare rumore, per non farsi scoprire, si appoggiava alla parete di una baracca aspettando che il dolore passasse.

Ma il dolore più forte era alla testa, che sanguinava. L’avevano sorpresa con altre amiche, mentre cercavano di rubare da una bancarella sulla Ngong Road. Erano tutti bambini e bambine di strada come lei, dai dieci ai quattordici anni, spinti dalla fame e dalla disperazione. Speravano di trovare un po’ di pane e salsicce, ma il proprietario, che dormiva sul retro, le aveva scoperte e si era scagliato su di loro come una furia. Con un bastone li aveva picchiate senza pietà.

I più veloci erano scappati in tutte le direzioni, ma lei e Shikò erano troppo impegnate a riempirsi la bocca col pane secco trovato su uno scaffale, che si erano fatte prendere.

Nella fuga, Shiru e Shikò si erano perse di vista. Dov’era, dunque quel Dio buono e padre di tutti, di cui ogni tanto parlava suor Elisa, dopo aver distribuito un po’ di pane e latte al loro gruppo di bambine? Suor Elisa era buona e dolce, ma le aveva ingannate. Anche quel Dio doveva essere un padre egoista e cattivo, che si preoccupava di mangiare lui primo, invece di occuparsi dei suoi figli, e poi era lui, quel Dio, che mandava in quei giorni di fine luglio quel tempaccio gelido, che inaspriva la vita in strada e le sofferenze delle bambine “Altro che Dio!”, pensò Shiru. E intanto non vedeva l’ora di trovare quella discarica che aveva notato mentre passava di lì qualche giorno prima.

Ormai doveva essere vicina. E’ vero, la spazzatura puzzava, ma bastava scavarla un poco e ci si poteva ricavare un “nido” tiepido. Shiru pensava che ci si sarebbe accucciata, coprendosi con un po’ di carta e sacchetti di plastica per proteggersi dalla pioggia. “Domani – pensava – sarò di nuovo forte e capace di trovare qualcosa da mangiare….”
Mangiare, mangiare, mangiare…l’ossessione di sempre! Poi, le venne un pensiero improvviso: “ Forse Dio è lì, nella spazzatura che mi proteggerà; è lì, in tutto quello che i ricchi gettano via e che i carretti scaricano vicino alle case dei poveri…Li trovo sempre qualche rifiuto da mangiare e il caldo che mi protegge
Il dolore per la ferita alla testa era ormai insopportabile e usciva ancora un po’ di sangue. Finalmente, dietro l’ultima file di baracche e un rigagnolo puzzolente, trovò la discarica illegale. Era un posto orribile, ma era pur sempre un rifugio perfetto per una bambina come lei. Così pensava Shiru, mentre si preparava una tana in mezzo all’immondizia, e ci si intrufolava, coprendosi con un gran mucchio di sacchetti di plastica.

“Ehi tu, che fai? Non rubare la nostra plastica!”, le urlò un bambinetto molto più piccolo di lei, sbucando da un altro buco, dove si erano rifugiati altri bambini. “Quella plastica è nostra, domani dobbiamo andare a venderla”, “Beh, lasciamela usare almeno stanotte per proteggermi dalla pioggia” disse Shiru. Nessuna reazione. “Finalmente in pace!” si disse tra sé e sé la bambina. Ma il dolore non la lasciva dormire. E poi pensava a Kavaya, che lo scorso marzo era morto, buttato giù da un autobus. Era salito su un matatu e mentre si frugava in tasca per cercare qualche spicciolo, era stato spinto fuori dalla porta dal controllore. Che gli aveva gridato: “Fuori da qui Chokora!”. Chokora, ovvero spazzatura è così che chiamiamo i bambini di strada….Kavaya aveva battuto la testa sulla strada.

I suoi amici avevano capito che era grave e prendendolo per le braccia e i piedi, lo avevano portato all’ospedale. Ma non ce l’aveva fatta; era arrivato già morto, un pupazzo disarticolato e sporco. Shiru aveva pianto, perché Kavaya a volte era buono e la proteggeva. Davvero, ma dov’è questo Dio? Anche il fratello maggiore di Shiru era morto, poche settimane prima, durante gli scontri tribali. Era grande ed era stato assoldato per gridare slogan e tirare sassi contro la polizia. Trecento scellini al giorno. Una piccola fortuna per lui che, lavorando da muratore alla giornata, ne prendeva al massimo centoventi.

La prima sera aveva comprato quattro birre, di quelle vere, nelle bottiglie di vetro, e si era ubriacato come fanno i ricchi, non con quella porcheria del khumi – khumi. Poi nei giorni successivi comprava da mangiare pane, latte, uova, carne e lo condivideva con il piccolo gruppo di disperati con cui stava in strada. Ma gli scontri non erano durati a lungo e, prima ch finissero, per Njaro era finita per sempre. La polizia aveva sparato e una pallottola gli aveva bucato la pancia, ed erano uscite tutte quelle cose che ci sono dentro, come quando si ammazza un capretto.

Al funerale, poche ore dopo, nell’immenso cimitero fra cumuli di terra smossa, c’erano solo loro, i bambini di strada a seguire la sgangherata bara di Njaro. All’ultimo momento era venuto anche un “padri” a dire una preghiera e dare una benedizione. Ma che gliene poteva importare a Dio di quel povero corpo? Il “padri” era un muzungu, un bianco, era giovane e sembrava quasi impaurito di trovarsi in loro compagnia. Aveva detto delle cose giuste: che condanna i suoi figli a vivere nella miseria; che non dà loro alcuna educazione, che insegna la violenza e poi li scaglia l’uno contro l’altro.

Una città – aveva detto – che nutre i suoi figli con l’immondizia e poi li lascia morire come immondizia. Dio non avrebbe lasciato che le cose continuassero ad andare così per sempre, sarebbe intervenuto a sostenere quelli che lavorano per il bene e la giustizia. Belle parole…..ma erano solo parole.

Shiru, invece, non aveva bisogno di parole; aveva bisogno di protezione e di affetto. Njaro la proteggeva quando i ragazzi più grandi volevano “giocare” con lei e le dava sempre le cose più buone da mangiare. Pensando ai gesti gentili di Njaro, in una “tana” scavata nella discarica di Kibera, Shiru si addormentò sorridendo, nonostante la testa le facesse ancora molto male. Pensò che davvero Dio doveva essere lì e la coccolava nel tepore di quell’immondezzaio.